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18 luglio 2005

OVERKILL - "ReliX IV" (Regain Records, 2005)

I vetero-thrashers newyorkesi, capitanati dai leader storici Verni ed Ellsworth, timbrano il quattordicesimo cartellino. Intoppi passati e scelte azzardate in fatto di line-up hanno causato flessioni nella loro produzione: la defezione dell’ascia per eccellenza Gustafson prima e del terremotante drummer Sid Falck poi, il comprensibile ma inesorabile calo di ispirazione dalla seconda metà degli anni novanta e la fiducia accordata a chitarristi non all’altezza (i funambolici Gant e Cannavino indegnamente sostituiti con il pessimo e scorbutico Sebastian Marino ed il mediocre Comeau, senza dubbio più convincente dietro il microfono che alle prese con la sei corde). Il senso di deja-vu nelle release targate OVERKILL degli ultimi dieci anni è stato inevitabile quanto tangibile. Lo dice e sottoscrive un pazzo scatenato che li adora alla follia e comprerebbe qualunque schifezza della band in questione. Non posso però negare, neanche in occasione di “ReliX IV”, la presenza di filler e di momenti non trascendentali, anche per un thrasher di bocca buona come me. Il fatto è che la coerenza, la personalità e la totale devozione alla causa (e ai fans) hanno fatto degli OVERKILL delle icone aldilà della musica effettivamente proposta. Perché dischi come, che so, “Necroshine” avrebbero raccolto solo insulti se fossero usciti durante il periodo d’oro del thrash. In epoche più recenti, visto quello che passa il convento e con band risibili che si reinventano ogni cambio di stagione e si fotocopiano i dischi a vicenda, un album brutto degli OVERKILL convince più di un qualsiasi millantato capolavoro dei fighetti del giorno (che non tra vent’anni, ma tra soli sei mesi non saranno più tra noi).
Anche nel 2005 D.D. Verni e soci ci offrono quindi un disco medio/buono, con la solita manciata di brani che funzioneranno a dovere dal vivo, incastrati tra i numerosi classici della band. Le più probabili inserzioni in scaletta sono a mio parere “Within Your Eyes” (opener non eccelsa, ma dal crescendo adatto ad aprire le danze on stage, magari appaiata ad una secca “Thanx For Nothin’”), la vibrante “Loaded Rack”, la scheggia impazzita “A Pound Of Flesh”, la cadenzata “Wheelz” e forse anche il divertissement punk finale di “Old School”, tra autocelebrazione e scazzo RAMONESiano. La nota positiva è che anche nei brani che non funzionano dall’inizio alla fine, vuoi perché troppo lunghi, vuoi perché non premiati da refrain memorabili, c’è sempre qualcosa di interessante: la convulsa struttura di “Love”, dalle impressionanti impennate in screaming di Bobby; la sincopata ed atipica “Bats In The Belfry”, dagli stacchi centrali alla MACHINE HEAD (i maestri citano gli alunni!); le ottime intuizioni nei riff severi e taglienti di “Keeper”; la presenza corposa dell’immarcescibile basso plettrato di D.D. Verni in tutti i 50 minuti del disco. “The Mark” non lascia invece traccia, riciclando col pilota automatico molte cose sentite in passato; ed appena migliore è il mid-tempo “Play The Ace”, sebbene non indispensabile nell’economia dell’album.
Superiore per idee e freschezza agli ultimi lavori, “ReliX IV” è in sintesi un lavoro degno e consistente: puro classic thrash dalle sporadiche sfumature moderne, ma sempre OVERKILL al 100%. Ogni thrasher che si rispetti non può esimersi quantomeno dall’ascoltarlo. E non dimentichi, il suddetto thrasher, di prestare un orecchio, tempo permettendo, anche al progetto collaterale di Linsk, Tailer e Mallare: gli SPEED.KILL.HATE, dediti a uno speed più potente ed abrasivo di quello attualmente proposto nel contesto della combriccola di Ellsworth.

P.S.: Sempre più spesso leggo cose che non stanno né in cielo né in terra sulla cosiddetta “stampa specializzata”. Diventerà una spocchiosa crociata personale la mia, lo so, ma questa volta sono incappato nella pretesa somiglianza di “ReliX IV” con l’esordio “Feel The Fire” (???) e mi pare lecito porre il quesito: quanta ghisa ci vuole per foderare completamente le orecchie di un recensore? Come bercia Bobby da quasi vent’anni: “We don’t care what you say...”. Il resto va da sé, per chi ricorda la canzone.

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