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18 luglio 2005

BLACK ABYSS - "Angels Wear Black" (Massacre, 2004)

In giro dal ’90, col loro dark/power metal grezzo e minimale e dalle puntate semi-thrash, i teutonici BLACK ABYSS approdano al secondo album. In realtà è una mezza autoproduzione, visto che la precedente loro etichetta fallì durante le registrazioni. Se la dinamica dei suoni è quella che è, perciò, non rifatevela con loro.
A chi li ha visti dal vivo, ad esempio al Badia Rock Festival (in compagnia di STORMWITCH e UNDERTOW), non servono forse ulteriori approfondimenti. Per tutti gli altri può bastare sapere che la band tedesca pesca in qua e in là dalle passate produzioni di IRON MAIDEN, SILENT FORCE, NEVERMORE e vecchia scuola speed germanica, riuscendo talvolta a comporre brani gradevoli. Non sempre ispirati, a tratti monolitici, quasi sempre sorretti da un drumming forsennato quanto ripetitivo. L’interesse primario del gruppo risulta evidente sin dalle iniziali “Damnation” e “Holy War”: “fare ciccia”. Doppie casse e rimandi ottantiani a più non posso nelle scudisciate chitarristiche, linee vocali aggressive ma dal pronto refrain epico, soli brevi e tremendamente old-fashioned.
“Dark Legacy” non cambia le cose, se non nel suo inizio stile EXCITER (virati all’heavy nudo e crudo), accostandosi all’essenziale e scarno power un po’ imborghesito degli HAMMERFALL. Una combinazione frequente quanto stagnante: bei cori, atmosfera giusta, suoni e impatto degni del periodo d’oro del metallo pesante, zero personalità. “Shadows Of The Past” rimette parzialmente le cose a posto, col suo riffone terzinato e un bridge inquietante. Bella la prova del singer Hornung, versatile suggello alla musica retrò “costretto” ad interpretare. Ottimi anche i deraglianti soli e le puntuali aperture melodiche, che ne fanno l’highlight del disco.
Spetta poi alla cappa plumbea di “Pure Evil” gettarci in liquami sonori proto-doom ma dalla ruvida scorza thrash. Il mid-tempo mette ancora una volta in evidenza la voce, adatta pure in contesti più estremi.
Le asce intubate della sostenuta “Rebellion” incastrano fraseggi alla BRAINSTORM (quelli più frontali e semplici) con svisate solistiche armonizzate dal buon potenziale.
“I Don’t Care” sintetizza invece l’improbabile incontro tra i classici tempi medi dei SACRED REICH e l’indole anthemica del power melodico.
L’album va quindi a calare sia dal punto di vista dell’ispirazione che da quello dell’originalità, tra gli inutili manierismi commerciali del metal “per giovani” (“Time”) e gli evidenti danni di una produzione altalenante.
Alla fin fine spiccano nell’economia del disco un’ottima ugola e chitarre niente male. Tolto un pugno di brani riusciti, rimangono però la (sempre più frequente) stizza per l’uso smodato della doppia cassa e un senso di incompiutezza, imputabile in parte alle condizioni di precarietà in cui “Angels Wear Black” è stato concepito. “Oscuri, pesanti, classici ma innovativi”: questo riporta la loro bio. Ci permettiamo di dissentire quantomeno sull’ultimo punto.

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